L’invasione del granchio blu

 "Callinectes sapidus"

 

Si presenta con un muso seghettato. Il suo corpo, più lungo che largo, ha una forma pressoché ellittica, con due spuntoni ai lati. La sua corazza è grande, fino a misurare venti centimetri di larghezza, per dieci di lunghezza. Le sue zampe, allungate, sono fatte per camminare e nuotare. Le prime due si tramutano in chele, ancor più grandi, fatte per aggredire e catturare le prede: qualsiasi tipo di preda, il suo palato non ha preferenze. Si nutre prevalentemente di bivalvi, anellidi, avannotti, piante e carogne.
È il granchio reale, spesso conosciuto come ‘granchio blu’ per via di ciò che lo caratterizza in modo eccezionale: le estremità delle sue zampe si tingono di un colore blu intenso. Il resto del corpo presenta altre tinte: il ventre è bianco-azzurrino, mentre la parte superiore della corazza è verde oliva. Durante il periodo della muta, sull’ultimo paio di zampe appaiono delle macchioline rosa, che tendono sempre più al rosso man mano che la muta si avvicina. La femmina si distingue dal maschio, poiché ha chele più piccole e di un arancione brillante. ‘Callinectes sapidus’, è questo il suo nome scientifico. Dagli studiosi è classificato come un crostaceo decapoda della famiglia dei Portunidi. Ed è americano. Proviene dalla sponda occidentale dell’oceano Atlantico, lo si trova dalla Nuova Scozia all’Argentina, ma si spinge anche lungo i fiumi. I granchi blu rendono nota la baia di Chesapeake, poiché ne costituiscono una importante risorsa per l’economia, con un giro d’affari di diversi milioni di dollari.    
E da qualche tempo ha iniziato a emigrare, fino a raggiungere l’alto Adriatico, dai lidi ferraresi a Chioggia. Proprio mentre una ricerca del National Institute of Standards and Technology e del College di Charleston, ne annuncia il rischio estinzione dalle coste americane, a causa di un inquinamento delle acque che lo sottopone all’attacco di virus, batteri e sostanze chimiche.
In Italia la sua presenza è segnalata per la prima volta nel 1949, al largo di Marina di Grado. Ma grande sorpresa ha suscitato il recente ritrovamento di due esemplari nella Sacca di Goro, il primo avvenuto nel 2004 e il secondo nel luglio 2007.
Da agosto di quest’anno però, si ha motivo di credere che la presenza del granchio blu nei mari adriatici non abbia più il carattere dell’occasionalità . “Oltre dieci esemplari sono stati recuperati al largo di Goro”, racconta Edoardo Turolla del Centro ricerche molluschi dell’Istituto Delta Ecologia. La struttura, che sorge presso lo stabulario di Goro, dal ’95 si occupa principalmente di seguire la riproduzione controllata e l’ingrasso di varie specie di bivalvi e fornisce attrezzature per l’ostricoltura. Ma in questi anni il C.Ri.M. è diventato anche punto di riferimento dei pescatori della zona, nel momento in cui rinvengano specie animali sconosciute. “Solo nel mese di agosto – fa sapere Turolla - sono stati recuperati tre esemplari nella laguna gorese. Un animale è stato persino raccolto da un uomo che pescava cefali in spiaggia”. C’è chi ritiene che questi granchi siano giunti nel mar Adriatico, come nel mare del Nord, trasportati nell’acqua usata per zavorrare le navi. Ma non è opinione condivisa da Turolla: “Sono tutti esemplari adulti, perciò escludo provengano dall’acqua di zavorra che rilascia larve o animali di piccola taglia. Ritengo piuttosto – continuo lo studioso - che siano stati introdotti volontariamente da qualche commerciante, che dopo averli acquistati avrebbe deciso di liberarli per qualche ragione a me ignota”.
I granchi blu, spiega Turolla, sono specie molto resistenti: “Sono eurialini ed euritermi”. Ovvero, “tollerano – spiega lo studioso - molto bene i cambiamenti di salinità, adattandosi perfettamente ad ambienti salmastri, nonché ad ampie variazioni termiche”. Inoltre, sono onnivori, “predatori opportunisti”, come li definisce lo studioso, e questo potrebbe mettere a rischio la presenza delle vongole e delle cozze in Sacca: “Non sarei catastrofista – tranquillizza Turolla –, ma è chiaro che insediamenti di specie alloctone nell’ambito di un ecosistema consolidato, possano rappresentare un problema per l’intero ciclo biologico”.
Il granchio, nel caso si insediasse in Sacca, potrebbe infatti rappresentare un feroce predatore per la vongola filippina, che rappresenta da anni la principale risorsa dell’economia gorese. “Non resta che attendere – riferisce Turolla -. Ora andiamo verso l’inverno, per cui probabilmente i granchi verranno pescati meno: il freddo fa sì che si muovano poco, di conseguenza, si presteranno meno alle reti dei pescatori. Una valutazione più accurata – annuncia lo studioso - potremo allora farla in primavera”. Purtroppo al momento non esiste alcun progetto di ricerca in merito, fa sapere Turolla: “Mancano i fondi”. “Sarebbe interessante – ritiene il molluschicultore - studiarne la presenza, anche per quanto riguarda altre specie alloctone che stanno sempre più prendendo piede nei nostri mari”. È ciò che sostiene Turolla, che ricorda come “nelle reti dei pescatori goresi restino spesso intrappolati pesci balestra, pesci serra, pesci leccia, barracuda, che poi – aggiunge - finiscono regolarmente sui banchi del mercato”.
Questi nuovi “immigrati marini” sono infatti molto apprezzati dai palati locali, che non disdegnano neppure il granchio blu. Nonostante il colore alieno che lo differenzia dai tradizionali piatti che ritroviamo sulle nostre tavole, il Callinectes sapidus non solo risulta commestibile, ma ha pure una carne molto prelibata. “Bollito, con aceto e olio”: l’ha mangiato così Edoardo Turolla. Sembra persino sia una manna per la salute: la “carne blu” risulterebbe infatti ricca di vitamina B12. Non resta allora che navigare sul web, per pescare ricette da leccarsi i baffi.